
Omissione e sospensione
(scritto corsivo su Raymond Carver)
Se George Orwell mi ha sedotto, Raymond Carver mi ha giocato, circuito, sbeffeggiato.
Se George Orwell mi ha sedotto, Raymond Carver mi ha giocato, circuito, sbeffeggiato.
1984: libro sociologico, chirurgico, stupendo. Scritto più che raro, che si incrocia forse una, due, tre volte lungo l'argine di un secolo.
Romanzo architettonico, basato da una parte sull'anamnesi perfetta del secondo dopoguerra, dall'altra sulle piccole realtà dei personaggi, più che ritratti incarnati; testo che dà il senso e la misura del controllo sulle menti e sulle masse; romanzo così netto, argomentato, affascinante, che si ammira e si rilegge.
Romanzo architettonico, basato da una parte sull'anamnesi perfetta del secondo dopoguerra, dall'altra sulle piccole realtà dei personaggi, più che ritratti incarnati; testo che dà il senso e la misura del controllo sulle menti e sulle masse; romanzo così netto, argomentato, affascinante, che si ammira e si rilegge.
Carver, viceversa, mi ha fregato; fregato, in qualche modo, come mi ha fregato Kerouac.
La prosa aggettivata, ridondante di parentesi, appendici, note a margine, raccordi; il trotto malinconico del tempo; l'eterna confessione delle proprie solitudini e viltà; quanto ho amato l'uomo Kerouac, quanto l'ho sentito intimo, mortale. Certo, anche Kerouac si ammira; oppure, può succedere, si odia.
Quindi: da George Orwell verso Kerouac, e da Kerouac verso Carver.
Se Kerouac era il solco di un'America neoclassica e rurale, di un immenso territorio su cui vivere, viaggiare, immaginare, e se questo territorio così spesso era uno spazio ancora aperto, fatto di mirabili estensioni e cieli grandi, da guardare, Carver rappresenta non di rado una realtà di luoghi chiusi, dove ci si barrica e si attende il proprio turno; ci sono gli scenari delle stolide diatribe famigliari o di paese; nulla a che spartire con l'America di Kerouac: qui non c'è nessuna "traversata intersacrale".
Carver ci descrive, col suo sguardo raggelato, le faccende di un'assurda società di corpi singoli e bacati, di una fossa che rinomina se stessa all'infinito e che comunque resta uguale.
Sguardo che Minimum Fax e Tommaso Medugno hanno traslato in maniera fedele sulle copertine dei libri.
Sguardo che Minimum Fax e Tommaso Medugno hanno traslato in maniera fedele sulle copertine dei libri.
Carver, sulla carta, può sembrare un paleontologo di storie. Compone sotto gli occhi del lettore alcune semplici strutture d'ossa curve; omette, aspetta, parla d'altre cose.
Il lettore intanto immagina una forma d'animale; pensa a polpa e viscere, a tessuti, scaglie, pelle, lingua e denti. Ora - fa il lettore - so che cosa costruisce; so quale animale sta assemblando.
Eppure, soffermandosi un istante sul percorso dei reperti, sente che all'appello manca ancora un elemento. Un osso, un osso solo e tutto quanto sarà chiaro. Legge, legge meglio, legge tutto fino in fondo. Ciò che sta leggendo è la realtà; ogni passaggio è realmente successo in un qualche momento del mondo.
Carver vive insomma di un incanto fisiologico, sociale; siamo parecchio al di là di scrittura creativa e "Meccanica per un racconto".
Sì, minimalismo; certo, un'assoluta abilità di calibrare il proprio cuore narrativo lungo il corso del lettore. Esiste, d'altro canto, un'intrinseca "tecnica dell'omissione": parti di storia non scritte, lasciate in sospeso al di fuori del testo o magari soltanto accennate, diventano una vertebra importante, nello scheletro di Carver.
Carver ha stroncato la misura americana del romanzo; Carver è capace di plasmare in dieci pagine trent'anni di cesura americana.
Sente con mestiere che l'America è spirata; e che in fin dei conti non si merita stucchevoli elegie.

